Cassazione civile,
SEZIONE LAVORO, 4 luglio 2002, n. 9709
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. Mercurio Ettore Presidente - Dott. Foglia Raffaele, Consigliere - Dott. Cellerino Giuseppe, Consigliere - Dott. La Terza Maura, Consigliere - Dott. Di Lella Raffaele, Cons. Relatore
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso per revocazione proposto da
SINDACATO LAVORATORI COMUNICAZIONI CGIL (già Federazione Italiana lavoratori Informazione e Spettacolo CGIL) in persona del segretario generale, rappresentato e difeso dagli avv.ti Gian Clemente Benenti e
Maria Rosaria Brancaccio, ed elettivamente domiciliato presso lo studio legale Leone in Roma, Viale Angelico n. 97. giusta procura in calce al ricorso.
- ricorrente -
contro
R.A.I. RADIOTELEVISIONE ITALIANA SPA, in persona del direttore della divisione Affari Legali, avv. Rubens Esposito, rapp.to e difeso dagli avv.ti M.L. e L.C., giusta procura a margine del controricorso, ed elettivamente domiciliato presso il primo in Viale Angelico - Roma.
- Controricorrente -
avverso la sentenza del tribunale di Milano n. 835 del 30 gennaio
1999 - RG 1084-1997.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 3-5-2002 dal Relatore Cons. Raffaele Di Lella;
Uditi gli avv.ti Luigi Colombo e Massimo Letizia;
Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
Giudo Raimondi che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.
Fatto
Con ricorso depositato il 27-11-1997. la RAI SpA conveniva
in giudizio innanzi al Tribunale di Milano il Sindacato Lavoratori
Comunicazioni CGIL chiedendo la riforma della sentenza n 3655-1995 del Pretore
di Milano, che aveva dichiarato antisindacale il suo comportamento, per avere
utilizzato, in occasione di uno sciopero, i lavoratori non scioperanti,
utilizzandoli anche in mansioni inferiori, al fine di mandare in onda uno
spettacolo.
Diritto Con l'unico motivo del ricorso il sindacato ricorrente
denuncia violazione dell'art 40 Costituzione, dell'art 28 legge 300 del 20
maggio 1970, della legge 146 del 12 giugno 1990, nonché omessa, insufficiente e
contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.
P.Q.M Rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento
delle spese del giudizio, che si liquidano in euro 23,00 oltre euro 2.000
(duemila) per onorari.
Il Tribunale di Milano, in accoglimento del gravame, riformava la sentenza
pretorile e rigettava la domanda proposta dal Sindacato Lavoratori
Comunicazioni CGIL.
A fondamento della decisione il giudice d'appello ha osservato, richiamando la
sentenza n. 125-1980 della Corte Costituzionale, che non può contestarsi la
legittimità del comportamento del datore di lavoro che, senza coartare la
libertà del lavoratore il quale abbia scioperato, tenda a limitare gli effetti
dannosi dello sciopero. Nè ha in proposito rilevanza la violazione di una
disposizione quale quella di cui all'art 2103 c.c., che opera sul diverso piano
del rapporto individuale a tutela della professionalità del lavoratore, e che
peraltro non esclude l'utilizzazione temporanea ed eccezionale dello stesso in
mansioni inferiori, tanto più se il lavoratore è consenziente.
Avverso tale pronuncia il Sindacato Lavoratori Comunicazioni CGIL propone
ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo.
La RAI SpA resiste con controricorso.
La violazione dell'art 40 della Costituzione si sarebbe realizzata attraverso
la violazione dell'art 28 legge 300-1970, che, nel sanzionare ogni
comportamento datoriale inteso ad impedire o limitare l'esercizio del diritto
di sciopero e la libertà sindacale, individua, unitamente agli artt 15 e 16
della stessa legge, le forme e i modi di tutela dei principi costituzionali
affermati dalla richiamata disposizione.
Il Tribunale sarebbe incorso nella dedotta violazione, essendo evidente, nel
caso di specie, che il comportamento del datore di lavoro aveva assunto valenza
antisindacale, per la sua obiettiva idoneità a ledere l'interesse collettivo di
cui è portatore il sindacato, attraverso una condotta concretizzatasi nella
utilizzazione del personale in mansioni inferiori (e inoltre del personale
assunto con contratto di formazione lavoro), in violazione del disposto di cui
all'art 2103 c.c., al fine di sostituire i dipendenti in sciopero.
Il Tribunale, nel sostenere erroneamente la irrilevanza della utilizzazione
suddetta, non aveva fornito adeguata motivazione sul punto, e non aveva
valutato la portata antisindacale del comportamento censurato, finalizzato a
svilire di ogni significato la proclamata astensione dal lavoro.
Rileva infine il ricorrente che la messa in onda della trasmissione
("Quelli che.... il calcio"), in relazione alla quale la RAI aveva
posto in essere il censurato comportamento, non rientrava neppure fra quei
servizi essenziali indicati dall'art 1 comma 2 della legge 146 del 12 giugno
1990, in relazione ai quali soltanto sono previsti limiti all'esercizio del
diritto di sciopero.
Il ricorso non merita accoglimento.
La norma di cui all'art 40 della Costituzione, che riconosce e attribuisce
direttamente ai lavoratori il diritto di sciopero (e la tutela prevista
dall'art 28 che sanziona ogni comportamento idoneo a ledere il diritto stesso),
pur comportando la legittimità (nei noti limiti, nel caso fuori questione)
della produzione di danni a carico del datore di lavoro, e la soggezione di
quest'ultimo ad una tale forma di pressione, tuttavia certamente non esclude il
suo diritto - postulato, anzi, dal carattere conflittuale del rapporto - di
avvalersi di ogni mezzo legale che possa, senza impedire l'esercizio del
diritto, evitarne o attenuarne gli effetti nocivi.
Deve allora ritenersi legittimo il comportamento della RAI, che non si è
concretizzato in iniziative finalizzate a limitare il diritto di sciopero
ovvero la libertà sindacale, bensì in un comportamento puramente difensivo (al
fine di limitare gli effetti pregiudizievoli dello sciopero) teso alla
utilizzazione più proficua del personale non scioperante, e dunque a disposizione,
spostandolo ed applicandolo in relazione alle esigenze operative ritenute di
maggiore rilevanza, e quindi anche alle mansioni proprie degli scioperanti.
Deve insomma ritenersi che al datore di lavoro non possa essere negato, in
occasione dello sciopero, di continuare lo svolgimento dell'attività aziendale
mediante il personale dipendente che ancora resti a sua disposizione, in quanto
non partecipante allo sciopero, e che venga temporaneamente adibito alle
mansioni proprie degli scioperanti, il che non appare di per sè improntato al
carattere dell'insindacabilità a norma dell'art. 28 dello Statuto dei
lavoratori (Cass. 12822 del 29-11-1991; Cass 8401 del 16-11-87).
Nè può invocarsi, al fine di evidenziare una finalità antisindacale nel
comportamento censurato, il ricorso a strumenti illegittimi, richiamando in
proposito la utilizzazione del personale in servizio in mansioni inferiori.
Va infatti osservato che, come rilevato dalla giurisprudenza di questa Corte
(Cass. 02045 del 25-02-1998; Cass. 07821 dell'08-06-2001), e come correttamente
puntualizzato dal giudice del gravame, la disposizione di cui all'art 2103
c.c., che tende a tutelare la professionalità del lavoratore, non impedisce che
allo stesso possa essere richiesto lo svolgimento di attività corrispondenti a
mansioni inferiori, quando ciò avvenga eccezionalmente e marginalmente, e per
specifiche ed obiettive esigenze aziendali.
La suddetta utilizzazione rientra dunque nel legittimo esercizio dei poteri
gestionali ed organizzativi da parte del datore di lavoro in situazioni di
emergenza (si tratti dello sciopero o di altra vicenda) al fine di tentare di
evitare la paralisi della produzione.
Inammissibile infine appare il profilo di censura relativo alla dedotta
violazione dell'art. 1, comma 2, della legge 146-1990, trattandosi di pretesa
dedotta per la prima volta nel giudizio di legittimità.
Il ricorso va dunque rigettato.
Le spese del giudizio seguono la soccombenza.
Così deciso in Roma il 3-5-2002.